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Pagina 5 di 9 Della cavolaia Se la Vanessa ed il Papilio sono nobili forme alate e dànno immagine d'un cavaliere e d'una principessa, la Pieride comune fa pensare una fantesca od una contadina. È volgare, dal nome alla divisa scialba, dal volo vagabondo al bruco nero-verde, flagello delle ortaglie. Ridotte queste a nuda nervatura, i bruchi vanno su pei muri a mille, fissano le crisalidi alle mensole, ai capitelli, ai pepli delle statue, curïose crisalidi, sorrette alla vita da un filo e non appese, angolari, sfuggevoli, aderenti, concolori così col marmo e il muro che lo sguardo le fissa e non le vede. Se tutte si schiudessero, la Terra sarebbe invasa d'ali senza fine. Ma gran parte ha con sé, già nello stato di bruco, i germi della morte certa. Chi s'aggiri in un orto vede all'opra il Microgastro, piccolo imenottero dall'ali e dall'antenne rivibranti, smilzo, cornuto, negro come un dèmone. Vola, scorre sui bruchi delle Pieridi, inarca, infigge l'ovopositore, immerge nei segmenti della vittima il germe della morte ad ogni assalto. Ad ogni assalto il bruco si contorce, ma quando il Microgastro l'abbandona non sembra risentirsi dell'offesa: cresce, vive coi germi della morte... Vive e i germi si schiudono, le larve del parassita invadono la vittima ignara; ne divorano i tessuti, ma, rette dall'istinto prodigioso, non intaccano gli organi vitali. Il bruco vive ancora, si tramuta sognando il giorno del risveglio alato; ma gli ospiti hanno uccisa la crisalide, la fendono sul dorso e dalla spoglia non la Pieride bianca, ma s'invola uno sciame ronzante d'imenotteri. Come in questa vicenda e in altre molte, la Natura, che i retori vantarono perfetta ed infallibile, si svela stretta parente col pensiero umano! Non divina e perfetta, ma potenza maldestra, spesso incerta, esita, inventa, tenta ritenta elimina corregge. Popola il campo semplice del Tutto d'opposte leggi e d'infiniti errori. Madre cieca e veggente, avara e prodiga, grande meschina, tenera e crudele, per non perder pietà si fa spietata. E quando vede rotta l'armonia riconosce l'errore, vi rimedia con nascite novelle ed ecatombi. Essa accenna alla Vita ed alla Morte; e le custodi appaiono, cancellano, ritracciano la strada ed i confini. La Cavolaia predilige gli orti, l'attira il bianco delle case umane; se scorge un muro, subito s'innalza, lo valica, discende alla ricerca di compagne festevoli ed ortaglie. E l'istinto sovente la sospinge nel cuor della città. Da primavera a tardo autunno, giunge nelle vie. E nulla è strano, come l'apparire, dell'invïata candida degli orti tra il rombo turbinoso cittadino. Allora s'interrompe il ragionare dell'amico loquace: - Una farfalla! - Com'è giunta nel cuor della città? Aveva la crisalide sui colli oltre il fiume, nell'orto di una villa. L'istinto delle razze numerose sospinge la farfalla ad emigrare; discese al piano, trasvolò sul fiume, valicò gli edifici, immaginando orti propizi e si trovò perduta, prigioniera nel grande laberinto di pietra che costrussero gli uomini. Da ore ed ore, forse dal mattino, s'aggira stanca per le vie diritte dove non cresce un filo d'erba o un fiore. Come si specchia nei diciottomila occhi stupiti il turbinìo dell'uomo? Forse a quei sensi minimi, la folla, le case, i carri, quei corpi grandi sono come la frana, il fuoco, l'acqua, fenomeni malvagi da fuggirsi. Fugge. L'attira un cespo semovente di fiori finti, un cencio verde, azzurro, si libra sulla folla, sull'intrico metallico, tra il rombo e le faville, e va senza riposo, un carro passa e la travolge nella scia ventosa... Con volo ravvivato dal terrore cerca uno scampo in alto, sale obliqua contro le case, attinge i tetti, il sole; si ristora ad un cespo di geranii, fugge lasciando un lembo d'ala a un mostro tentacolare e candido: una mano; vola sopra il deserto delle tegole né più discende nelle vie profonde, va tra la selva di colmigni spessi, da tetto a tetto, va senza riposo. Ed ecco aprirsi sotto la randagia l'abisso verde di un giardino; scende scende verso il colore che l'attira. Il giardino è degli uomini: ingannevole. Vi trova l'erba tenera, le fronde, i fiori, una brigata di sorelle sbandite, riparate in quell'oàsi. Ma l'erba cittadina non ha steli; gli alberi, mostri ignoti d'oltremare, non hano nella fronda coriacea un fiore. E l'uomo meditò nel fiore l'ultima frode: suggellò il nettario, con arte maga trasmutò gli stami in multiple sorelle mostruose. Le Pieridi s'aggirano sui fiori tentano le azalee ed i giacinti, ma le corolle suggellate al bacio son come belle donne senza bocca. Poche Pieridi trovano la via dei campi. Grande parte è prigioniera del chiuso laberinto cittadino; e nel triste detrito che raccoglie la scopa mattinale delle vie biancheggiano falangi d'ali morte...
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