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L'imprevisto giudiziario Stampa E-mail
sabato 11 marzo 2006
Chiesto il rinvio a giudizio per Berlusconi per concorso in corruzione in atti giudiziari

articolo di S. Romano da www.corriere.it

Non sappiamo quando il giudice per le udienze preliminari esaminerà la richiesta di rinvio a giudizio avanzata ieri dalla Procura di Milano per Silvio Berlusconi; e non sappiamo naturalmente se verrà accolta. Ma la decisione non verrà presa verosimilmente prima delle prossime elezioni. Se il gup sarà d'accordo, vi sarà prima o dopo un processo. Ma non è escluso che i tempi di prescrizione per un presunto reato commesso nel 1997 scattino prima della sentenza definitiva e condannino agli archivi l'intero procedimento. Questi sono i tempi della giustizia italiana. Ma la richiesta di rinvio a giudizio cade nel mezzo della campagna elettorale ed è destinata ad avere una certa influenza sul voto. Quale? Non lo sappiamo, e nessuno, nonostante i sondaggi dei prossimi giorni, riuscirà mai ad accertarlo.

Potrebbe suscitare una ondata di sdegno contro il presidente del Consiglio, sottrargli un certo numero di consensi e aumentare il numero di coloro che voteranno per il centrosinistra. Ma potrebbe anche confermare in una parte del Paese la convinzione che Berlusconi sia vittima di quella che molti esponenti della maggioranza definiscono ormai «giustizia a orologeria». In un duello all'ultimo voto, in cui pochi suffragi possono regalare agli uni o agli altri il premio di maggioranza, la richiesta di rinvio a giudizio può essere l'ago della bilancia. Insomma stiamo parlando di un evento giudiziario che avrà con ogni probabilità modeste conseguenze nel campo della giustizia, ma qualche significativo effetto in quello della politica. Non è la prima volta. Sono passati quattordici anni ormai da quando gli atti giudiziari sono diventati una variabile indipendente della politica italiana. Se il problema venisse prospettato a un magistrato, questi risponderebbe orgogliosamente che la magistratura è indipendente, che la logica dei tempi giudiziari non può essere quella della politica. E aggiungerebbe che non esistono momenti neutri in cui un avviso di garanzia, una iscrizione nel registro degli indagati o una richiesta di rinvio a giudizio sarebbero privi di effetti sul corso della politica italiana.

È inutile quindi chiedere alla magistratura, soprattutto dopo le tensioni degli ultimi anni, una qualsiasi forma discrezionale di autocontrollo. Ma resta il fatto che nel periodo cruciale, dal 1992 in poi, mentre il governo, il Parlamento e i partiti cercavano confusamente di cambiare la forma dello Stato e le regole dell'economia nazionale, la politica e i suoi piani sono stati continuamente soggetti all'alea di un evento che avrebbe alterato, indipendentemente dal suo esito finale, il corso delle cose. La legge sulla temporanea immunità delle alte cariche dello Stato avrebbe potuto rappresentare una soluzione, ma è stata bocciata dalla Corte costituzionale.

La lunghezza dei tempi giudiziari, l'orgogliosa autonomia dei magistrati e la mancanza di qualsiasi salvaguardia giuridica per le persone da cui dipende il governo del Paese hanno pericolosamente ristretto gli spazi della politica. L'opposizione ne è probabilmente consapevole. Ma ha preferito stare a guardare dai bordi del campo come se la questione concernesse principalmente il presidente del Consiglio e la sua maggioranza. Non è vero. Ciò che è accaduto in questi anni ha alterato il rapporto fra il potere politico e il potere giudiziario, e ha creato un problema che maggioranza e opposizione, dopo il 9 aprile, hanno interesse ad affrontare insieme.

11 marzo 2006
 
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