Da dodici anni, dal 1994,
la democrazia italiana conosce l'alternanza: si sono succeduti al
governo il centrodestra, il centrosinistra e di nuovo il centrodestra.
Nell'attuale campagna i sondaggi danno il centrosinistra in vantaggio.
L'alternanza è diventata fisiologica. È una conquista che dovrebbe
rasserenare gli animi. E invece no. I toni, non solo dei protagonisti
ma anche di tanti sostenitori a bordo campo, restano, come sempre, «da
ultima spiaggia».
In un documento promosso da Umberto Eco
a favore del centrosinistra si legge che le prossime elezioni sono «un
appuntamento drammatico», che «la nave potrebbe affondare», che si
devono «salvare la democrazia e le istituzioni». È un documento che
colpisce sia per i contenuti che per la personalità di chi lo ha
firmato (tra i firmatari c'è anche Claudio Magris che però,
differenziandosi da Eco su un punto decisivo, ha respinto come
inaccettabili gli atteggiamenti di disprezzo nei confronti degli
elettori del centrodestra).
Perché un uomo del valore e della statura intellettuale
di Eco si sente in dovere di promuovere un documento così sopra le
righe? Perché, si dice, c'è Silvio Berlusconi, il nemico. È un
interessante paradosso il fatto che senza la presenza di Berlusconi non
sarebbe nato il centrodestra e non avremmo quindi l'alternanza e che,
contemporaneamente, quella presenza renda patologico, agli occhi di
tanti, il processo democratico dell'alternanza.
È dal 1994 che questo giornale stigmatizza il conflitto
di interessi di Berlusconi ma una cosa è segnalare un problema molto
serio, altro è dire che la democrazia è in pericolo. Non lo è stata nei
cinque anni passati. Non lo sarebbe se Berlusconi, come oggi appare
poco probabile, rivincesse le elezioni. Così come non c'è mai stato il
«regime» (ricordate?): le chiacchiere sul regime dei primi anni del
governo Berlusconi scomparvero di colpo quando il centrodestra cominciò
a perdere le elezioni locali e ad andare male nei sondaggi.
Perché allora scegliere di drammatizzare fino
a questo punto? Per due ragioni, penso. La prima è che tale
drammatizzazione è esattamente ciò che chiede quel pubblico
genericamente intellettuale che ha eletto Umberto Eco, soprattutto lui,
a proprio campione e punto di riferimento. L'odio per Berlusconi in
quel pubblico è evidente e palpabile, lo abbiamo incontrato tutti in
questi anni in decine di conversazioni private ed è un affascinante
fenomeno di psicologia collettiva. Non si dica che la causa era il
«conflitto di interessi». Ciò dovrebbe fare supporre la presenza di una
diffusa e radicata sensibilità istituzionale che i ceti intellettuali
italiani, in tutta la loro storia, non hanno mai mostrato. No, credo
che l'odio si spieghi col fatto che in Berlusconi tali ceti hanno
sempre visto un concentrato dei più esecrabili vizi che essi imputano
al capitalismo. Ho sempre pensato che osservare la «saga di Berlusconi»
attraverso le parole degli intellettuali servisse più a costruire una
«sociologia degli intellettuali» che a farci capire qualcosa di
Berlusconi.
La seconda ragione della drammatizzazione,
credo, ha a che fare con un problema tipico della nostra cultura
politica. È un retaggio antico la confusione che tanti tuttora fanno
fra la democrazia, che è un metodo per risolvere pacificamente i
conflitti contando le teste anziché tagliandole (ed è ciò a rendere
così importante che esista sempre la possibilità dell'alternanza) e i
loro personali valori.
Confondere la vittoria o la sconfitta delle
proprie idee politiche con la vittoria o la sconfitta della democrazia
è una sorta di malattia infantile della democrazia. Per esempio, ci
sono persone che sentirebbero la democrazia in pericolo se un governo
decidesse di eliminare la tassazione progressiva. All'opposto di quelle
persone, chi scrive è un fautore della flat tax e considera la
tassazione progressiva un'eredità ottocentesca di cui sarebbe utile
(per tutti, non solo per i «ricchi») disfarsi. Ma la consapevolezza che
non ci sarà mai in Italia una maggioranza capace di farlo non mi fa
piangere sulla democrazia in pericolo. Allo stesso modo, si può
benissimo non condividere una riforma costituzionale che rafforzi il
potere del premier ma un'eventuale preferenza per il parlamentarismo
puro (disegnato dalla Costituzione del '48) non autorizza a considerare
quella riforma una minaccia per la democrazia. Ancora, chi scrive ha
criticato più volte la sgangherata riforma dell'ordinamento giudiziario
del ministro Roberto Castelli, perché non migliora, e semmai peggiora,
la funzionalità (già peraltro ridottissima) di quell'ordinamento. Ma
che c'entra ciò con la democrazia?
Se la democrazia non è in pericolo
chiunque vinca le elezioni, lo sono invece le specifiche visioni
politiche di chi le perderà. Come è normale. Se vincesse Berlusconi
sarebbe frustrata la visione politica di chi vota centrosinistra. Così
come nel '96 la vittoria della sinistra frustrò la visione di chi
votava a destra.
Sono mali endemici. Gli
storici hanno ricostruito le ragioni per le quali non siamo mai stati
capaci di trasformare la politica da guerra civile (almeno potenziale)
fra fazioni nemiche in una normale competizione fra avversari politici.
E poi c'è il folklore latino. Non siamo la Norvegia. Che elezioni
sarebbero senza le urla, senza la gara fra chi le spara più grosse,
senza esagerazioni di ogni tipo? Ma almeno quelli che, non essendo
candidati, non sono impegnati in prima persona nella lotta per il
potere, non dovrebbero scegliere un abito di maggiore sobrietà?
Post scriptum.
Naturalmente, è vero che la democrazia corre pericoli. Essi vengono
«dall'esterno», vengono da chi ha scelto la violenza. Dal terrorismo e
anche da coloro che, come a Milano ieri, si dedicano alla guerriglia
urbana. Sarebbe utile se a queste cose soprattutto si volgesse
l'attenzione delle migliori menti del Paese. Nell'interesse,
giustappunto, della democrazia.