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La scelta di drammatizzare (come vuole Eco) Stampa E-mail
domenica 12 marzo 2006
Ma il voto non è l'ultima spiaggia...

articolo di A. Panebianco da www.corriere.it

Da dodici anni, dal 1994, la democrazia italiana conosce l'alternanza: si sono succeduti al governo il centrodestra, il centrosinistra e di nuovo il centrodestra. Nell'attuale campagna i sondaggi danno il centrosinistra in vantaggio. L'alternanza è diventata fisiologica. È una conquista che dovrebbe rasserenare gli animi. E invece no. I toni, non solo dei protagonisti ma anche di tanti sostenitori a bordo campo, restano, come sempre, «da ultima spiaggia».

In un documento promosso da Umberto Eco a favore del centrosinistra si legge che le prossime elezioni sono «un appuntamento drammatico», che «la nave potrebbe affondare», che si devono «salvare la democrazia e le istituzioni». È un documento che colpisce sia per i contenuti che per la personalità di chi lo ha firmato (tra i firmatari c'è anche Claudio Magris che però, differenziandosi da Eco su un punto decisivo, ha respinto come inaccettabili gli atteggiamenti di disprezzo nei confronti degli elettori del centrodestra).

Perché un uomo del valore e della statura intellettuale di Eco si sente in dovere di promuovere un documento così sopra le righe? Perché, si dice, c'è Silvio Berlusconi, il nemico. È un interessante paradosso il fatto che senza la presenza di Berlusconi non sarebbe nato il centrodestra e non avremmo quindi l'alternanza e che, contemporaneamente, quella presenza renda patologico, agli occhi di tanti, il processo democratico dell'alternanza.

È dal 1994 che questo giornale stigmatizza il conflitto di interessi di Berlusconi ma una cosa è segnalare un problema molto serio, altro è dire che la democrazia è in pericolo. Non lo è stata nei cinque anni passati. Non lo sarebbe se Berlusconi, come oggi appare poco probabile, rivincesse le elezioni. Così come non c'è mai stato il «regime» (ricordate?): le chiacchiere sul regime dei primi anni del governo Berlusconi scomparvero di colpo quando il centrodestra cominciò a perdere le elezioni locali e ad andare male nei sondaggi.

Perché allora scegliere di drammatizzare fino a questo punto? Per due ragioni, penso. La prima è che tale drammatizzazione è esattamente ciò che chiede quel pubblico genericamente intellettuale che ha eletto Umberto Eco, soprattutto lui, a proprio campione e punto di riferimento. L'odio per Berlusconi in quel pubblico è evidente e palpabile, lo abbiamo incontrato tutti in questi anni in decine di conversazioni private ed è un affascinante fenomeno di psicologia collettiva. Non si dica che la causa era il «conflitto di interessi». Ciò dovrebbe fare supporre la presenza di una diffusa e radicata sensibilità istituzionale che i ceti intellettuali italiani, in tutta la loro storia, non hanno mai mostrato. No, credo che l'odio si spieghi col fatto che in Berlusconi tali ceti hanno sempre visto un concentrato dei più esecrabili vizi che essi imputano al capitalismo. Ho sempre pensato che osservare la «saga di Berlusconi» attraverso le parole degli intellettuali servisse più a costruire una «sociologia degli intellettuali» che a farci capire qualcosa di Berlusconi.

La seconda ragione della drammatizzazione, credo, ha a che fare con un problema tipico della nostra cultura politica. È un retaggio antico la confusione che tanti tuttora fanno fra la democrazia, che è un metodo per risolvere pacificamente i conflitti contando le teste anziché tagliandole (ed è ciò a rendere così importante che esista sempre la possibilità dell'alternanza) e i loro personali valori.

Confondere la vittoria o la sconfitta delle proprie idee politiche con la vittoria o la sconfitta della democrazia è una sorta di malattia infantile della democrazia. Per esempio, ci sono persone che sentirebbero la democrazia in pericolo se un governo decidesse di eliminare la tassazione progressiva. All'opposto di quelle persone, chi scrive è un fautore della flat tax e considera la tassazione progressiva un'eredità ottocentesca di cui sarebbe utile (per tutti, non solo per i «ricchi») disfarsi. Ma la consapevolezza che non ci sarà mai in Italia una maggioranza capace di farlo non mi fa piangere sulla democrazia in pericolo. Allo stesso modo, si può benissimo non condividere una riforma costituzionale che rafforzi il potere del premier ma un'eventuale preferenza per il parlamentarismo puro (disegnato dalla Costituzione del '48) non autorizza a considerare quella riforma una minaccia per la democrazia. Ancora, chi scrive ha criticato più volte la sgangherata riforma dell'ordinamento giudiziario del ministro Roberto Castelli, perché non migliora, e semmai peggiora, la funzionalità (già peraltro ridottissima) di quell'ordinamento. Ma che c'entra ciò con la democrazia?

Se la democrazia non è in pericolo chiunque vinca le elezioni, lo sono invece le specifiche visioni politiche di chi le perderà. Come è normale. Se vincesse Berlusconi sarebbe frustrata la visione politica di chi vota centrosinistra. Così come nel '96 la vittoria della sinistra frustrò la visione di chi votava a destra.

Sono mali endemici. Gli storici hanno ricostruito le ragioni per le quali non siamo mai stati capaci di trasformare la politica da guerra civile (almeno potenziale) fra fazioni nemiche in una normale competizione fra avversari politici. E poi c'è il folklore latino. Non siamo la Norvegia. Che elezioni sarebbero senza le urla, senza la gara fra chi le spara più grosse, senza esagerazioni di ogni tipo? Ma almeno quelli che, non essendo candidati, non sono impegnati in prima persona nella lotta per il potere, non dovrebbero scegliere un abito di maggiore sobrietà?

Post scriptum. Naturalmente, è vero che la democrazia corre pericoli. Essi vengono «dall'esterno», vengono da chi ha scelto la violenza. Dal terrorismo e anche da coloro che, come a Milano ieri, si dedicano alla guerriglia urbana. Sarebbe utile se a queste cose soprattutto si volgesse l'attenzione delle migliori menti del Paese. Nell'interesse, giustappunto, della democrazia.

12 marzo 2006
 
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