articolo di S. Montefiori da www.corriere.it
Come Karim Amir, il protagonista del romanzo di esordio
Il Buddha delle periferie, Hanif Kureishi è «un vero inglese dalla
testa ai piedi, o quasi». È uno dei più importanti scrittori britannici
contemporanei, è nato a Londra 52 anni fa da padre pakistano e madre
inglese, ha frequentato le moschee di Whitechapel e Shepherd’s Bush
«per cercare di capire,ma trovavo queste riunioni così avvilenti che
alla fine scappavo nel pub più vicino a bere». Kureishi ha dedicato
gran parte dei suoi libri e film alle promesse mancate del
multiculturalismo (domani esce in Italia la sua raccolta di saggi La
parola e la bomba, Bompiani): nessuna fiducia in Carte dei valori e
«esami di cittadinanza ».
Anche il
governo italiano, come quello britannico, cerca di fissare regole e
requisiti che tutti gli immigrati si impegnino a rispettare.
«Da tempo si parla di un esame di britannicità da imporre agli
stranieri, ame sembra francamente un tentativo ridicolo che mostra la
nostra incapacità di trovare una soluzione credibile alla mancata
integrazione. I fanatici islamici non hanno problemi a firmare un
foglio, si sentono vincolati solo al patto con Allah, non certo a
quello stipulato con uno Stato. Gli altri, le persone normali,
musulmani o di qualsiasi altra religione, si sentiranno solo umiliati
dal dovere superare un esame di cittadinanza».
L’Italia è
ancora sotto choc per il caso di Hina, la ragazza uccisa dal padre
pakistano perché non voleva sottomettersi a un matrimonio combinato e
perché «troppo italiana».
«In Inghilterra si pensa a una legge contro i matrimoni forzati. Ma
da noi spesso sono i giovani a essere più radicali. In Mio figlio il
fanatico, racconto la storia di un tassista che ha una relazione con
una prostituta, e del figlio che disprezza lo stile di vita occidentale
del padre fino ad abbracciare il fondamentalismo. Nelle comunità del
Sud-est asiatico, in Gran Bretagna, ribellione giovanile contro gli
anziani ora significa andare in moschea ad ascoltare gli imam radicali.
Comunque, spero che il caso di quella ragazza non sia considerato
emblematico. Una tragedia del genere, almeno fino a pochi anni fa,
poteva accadere ovunque, pure in Sicilia».
Amartya Sen ha
sostenuto su questo giornale che il multiculturalismo si è ormai
trasformato in una «pluralità di monoculturalismi».
«Ha ragione, il multiculturalismo è diventato la separazione netta
tra comunità del tutto autonome. Io l’ho sempre inteso invece come
rispetto della propria identità, all’interno però di valori ed
educazione comuni. Ecco perché la questione della scuola è centrale ».
È contrario alle scuole islamiche?
«Completamente contrario, tutto si gioca a scuola. Per combattere
gli estremisti il governo Blair cerca di sostenere gli istituti degli
islamici moderati, ma è una follia, perché tutto l’insegnamento
islamico è pessimo, non fa che approfondire le divisioni. È una
trappola nella quale non bisogna cadere. La scuola è l’unico luogo dove
le comunità possono incontrarsi, i miei figli di origine pakistana
devono avere compagni ebrei, cattolici, anglicani».
Lei e Salman
Rushdie avete firmato un appello perché il film Brick Lane, tratto dal
bestseller di Monica Ali, possa essere girato nonostante le proteste di
parte della comunità del Bangladesh.
«Dobbiamo opporci ai tentativi di censura. Tutto è cominciato con
il caso Rushdie, nel 1989: allora siamo stati ingenui, abbiamo
sottovalutato la minaccia, e i fanatici ne hanno tratto una forza
immensa. Il loro potere intimidatorio è in crescita, sono sempre più
forti. Purtroppo, noi contribuiamo a incoraggiarli. In certi casi, come
per esempio le vignette danesi su Maometto, la giusta lotta per la
libertà di espressione è stata strumentalizzata dalla destra, di simili
battaglie potremmo fare a meno. Per non parlare della guerra in Iraq, e
del tandem Bush- Blair: le loro stupide azioni hanno solo rafforzato
gli estremisti. Detesto Bush, ho abbandonato il Labour: voterò i
liberal-democratici al solo scopo di punire Blair».
Quali soluzioni suggerisce?
«A parte una scuola laica uguale per tutte le comunità, non ho
altre ricette, posso solo cercare di raccontare quello che mi sta
attorno. Da cinque anni sto scrivendo un nuovo romanzo, Something to
Tell You, dedicato al cammino della comunità asiatica in Gran Bretagna
fino agli attentati di Londra del 7 luglio 2005. Ancora non l’ho
finito, mi serve un altro anno di lavoro. Credo solo nel potere della
cultura, spero che alla fine i valori dell’illuminismo vinceranno.
Nell’immediato, sono molto pessimista».