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I giornali senza firme e un futuro da inventare Stampa E-mail
mercoledý 06 dicembre 2006
riflessioni sullo spunto dato dallo "sciopero delle firme" sui giornali
di Piero Ottone

Giornali senza firme. Li vediamo di tanto in tanto in questi giorni, in seguito a una vertenza sindacale (che non è l´argomento di questo articolo). Non so che cosa ne pensano i lettori. Su di me hanno fatto una strana impressione, che posso riassumere in un aggettivo: i giornali senza firme mi sembrano indecifrabili.
Strano che sia così. Nei primordi della carta stampata nessuno firmava. Gli articoli, le cronache, i commenti erano anonimi. E in certi Paesi l´uso di non firmare è durato a lungo. Cinquant´anni fa, quando ero corrispondente da Londra, leggevo ogni giorno, coscienziosamente, il Times: di firme neanche l´ombra. Poi il Times ha ceduto, ma nell´Economist non si firma tuttora. Niente da ridire: i giornali senza firme si leggevano benissimo, e l´Economist si legge benissimo ancora adesso. Non si può dire altrettanto dei giornali italiani del nostro tempo, quando diventano anonimi. La mancanza delle firme, a mio giudizio, li rende quasi illeggibili.

Come mai? Me lo sono chiesto, e sono giunto a questa conclusione: che il giornalismo italiano, quale si è plasmato negli ultimi anni, è estremamente personalizzato. Ogni singolo giornalista, quando scrive un pezzo (così chiamiamo gli articoli nel linguaggio di bottega), ha la sua chiave di scrittura, la sua tonalità. Prende il tema alla larga, fa similitudini e ragionamenti, si abbandona a divagazioni. Fa allusioni. Dà prova di bravura, insomma. Scrive quello che definirei un (più o meno breve) saggio letterario. Ognuno ha il suo stile, la sua originalità. Ne consegue che bisogna entrare in sintonia con lui, per orientarsi, diciamo pure per capire. Sicché, quando si comincia a leggere, conviene dare prima un´occhiata alla firma, e disporsi nello stato d´animo adatto. Come avviene con i testi della letteratura: non prendiamo in mano nello stesso stato d´animo un racconto, che so io, di Gogol e un romanzo di Hemingway. Se mi metto a leggere un testo senza conoscere l´autore, ho una strana sensazione di disorientamento. Come vedere un cantante alla televisione e, in mancanza dell´audio, non sentirlo cantare. Possiamo dedurne, ed ecco un´altra riflessione, che il lettore del giornale personalizzato non intende solo essere informato su quel che succede. Vuole anche godersi il testo che legge, vuole abbandonarsi ai piaceri della lettura, come quando prende in mano il Gogol o l´Hemingway di cui si diceva. Ammesso, naturalmente, che la lettura sia piacevole; che il pezzo sia riuscito, che sia bello davvero. Altrimenti sono guai: in caso contrario il conto è tutto in perdita.

E questa che ho esposto finora è una possibile spiegazione del mio disagio di fronte al giornale senza firme. Poi se ne può tentare un´altra, un po´ meno benevola. Tante volte, lo ammetto, le divagazioni dell´autore (uso il termine a ragion veduta, dato il genere di scrittura) suscitano una certa irritazione. Abbiamo fretta, vogliamo arrivare subito al dunque, e lui divaga. Se però conosciamo chi sta divagando, siamo disposti a perdonare. Agli amici si perdona più facilmente. Conosciamo le loro debolezze, le loro idee fisse, le loro manie; sappiamo, ascoltandoli, quando dobbiamo prestare orecchio, quando possiamo
distrarci. Per dire tutto: sappiamo quali articoli dobbiamo leggere, quali no. L´articolo senza firma, invece, è come il discorso di uno sconosciuto: senza agganci, senza contesto, può sembrare una farneticazione.

Queste sono, dunque, le mie reazioni di fronte a un giornale senza firme. Si dirà: ma tu sei un addetto ai lavori, conosci i giornalisti, li segui attraverso il tempo, sai che cosa puoi attenderti da ciascuno di loro. Vero. Questa osservazione conduce tuttavia a un´altra riflessione sulla carta stampata del nostro tempo, e sul suo rapporto coi lettori. Il giornalismo personalizzato, quale si è affermato negli ultimi anni, richiede un pubblico particolare: un pubblico esperto, anch´esso un po´ addetto ai lavori, che a sua volta conosca le firme, abbia le sue preferenze, e sappia che cosa può aspettarsi da ciascuno degli autori. Se un giornale senza firme diventa, come a me sembra, indecifrabile, occorre un pubblico, quando le firme ci sono, capace di decifrarlo.

Si presuppone poi, nel lettore della stampa personalizzata, una seconda caratteristica: che abbia molto tempo a disposizione. Il saggio letterario non si presta alla lettura frettolosa: una riga sì e una riga no. Le similitudini, le allusioni, gli aneddoti devono essere assaporati con calma. E bisogna leggere fino in fondo, fino all´ultima riga, per capire l´insieme. Che cosa penseremmo di uno scrittore che rivelasse la trama, e la conclusione, già nelle prime righe ? Eh no: bisogna tenere il lettore col cuore sospeso fino all´ultimo istante, ammesso che abbia il tempo, e la voglia, di arrivare alla fine. Sono dunque cambiati profondamente, i criteri e i metodi del giornalismo, da quando un suo maestro, Mario Borsa, già attivo ai tempi di Bava Beccaris, poi direttore del Corriere della Sera nel 1945, raccomandava ai giovani che intraprendevano la carriera giornalistica, in un libretto scritto nel primo Novecento, di enunciare subito il fatto, perché è il fatto, insisteva, che al pubblico interessa: il pubblico vuole sapere quel che è successo, e vuole saperlo fin dalle prime righe, mentre voi (e qui Borsa se la prendeva coi giornalisti suoi contemporanei: si vede che un po´ di personalizzazione c´era anche allora) il fatto lo nascondete fra tanti ghirigori, divagazioni, commenti… «La letteratura – proclamava Borsa – è la peste del giornalismo».

Sono cambiate tante cose, da allora. E anche il giornalismo è cambiato. Resta da chiedersi quale sia il giornalismo più adatto ai nostri tempi. Radio, televisione, internet, satelliti fanno una concorrenza spietata. Le tirature soffrono una lenta usura anche in quei Paesi in cui si leggeva moltissimo (da noi non si è mai letto molto, né ai tempi di Borsa né ai nostri). I quotidiani cambiano formato, cambiano grafica, all´inseguimento dei lettori sempre più distratti, sempre più frettolosi. Qual è la formula giusta? Meglio rinunciare a chi ha fretta, concentrarsi sugli aficionados? Gli aficionados sono abbastanza numerosi perché il gioco valga la candela? Nessuno lo sa, per ora. Ma sarebbe giusto discuterne insieme, fra tutti gli addetti ai lavori, nella speranza che l´editoria, oggi in pericolo, trovi la via giusta; invece di attaccarsi, e logorarsi, in guerre intestine, come purtroppo sta succedendo.
 
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