Le discussioni e gli scambi di vedute fra gli Alleati
sulla sorte dei leader sconfitti cominciarono agli inizi del 1944.
Churchill sapeva che le clausole dei trattati di Versailles sui
«criminali di guerra » erano state ignorate e disse a Stalin, un
giorno, che sarebbe stato meglio giustiziarli sul posto, senza indugio,
al momento della cattura. Ma il «meraviglioso georgiano» gli rispose
severamente che «in Unione Sovietica noi non giustiziamo senza
processo». Era una dichiarazione «inglese», ispirata ai principi della
tradizione giuridica britannica.
Churchill avrebbe potuto chiedergli se i processi a cui
pensava non fossero per caso quelli delle grandi purghe che il
dittatore aveva organizzato negli anni Trenta per sbarazzarsi dei suoi
avversari. Ma preferì accusare il colpo e rispondere: «Naturalmente,
naturalmente, ci vorrà un processo».
In America, nel frattempo, le soluzioni prospettate
erano due. Secondo quella radicalmente punitiva del segretario al
Tesoro Henry Morgenthau, i pesci grossi sarebbero stati giustiziati, i
pesci piccoli cacciati ai confini del mondo e i prigionieri di guerra
tedeschi impiegati come schiavi per la ricostruzione dell’Europa.
Secondo il dipartimento della Guerra, invece, occorreva un processo in
cui i leader sarebbero stati accusati di crimini di guerra o contro
l’umanità e l’intero regime nazista sarebbe stato considerato
un’«associazione a delinquere». Prevalse la seconda tesi. Dopo una
decisione di principio a Yalta nel febbraio del 1945, la macchina
americana fu più rapida delle altre. Alla fine di aprile, due settimane
dopo la morte di Roosevelt e poco prima del suicidio di Hitler, il
tribunale aveva già un pubblico ministero nella persona di Robert
Jackson, giudice della Corte suprema. Ma era necessario scegliere una
città, possibilmente in Germania, redigere un capo di accusa e,
soprattutto, scrivere una specie di codice a cui giudici, pubblici
ministeri e avvocati difensori avrebbero potuto appellarsi. Non bastava
individuare gli imputati. Occorreva soprattutto inventare i canoni e le
procedure di una nuova giustizia penale internazionale.
La città fu Norimberga, sede dei grandi raduni nazisti e
luogo in cui erano state emanate le famigerate leggi razziali del 1935.
Fu scelta per una sorta di ironica rappresaglia? No, le ragioni furono
soprattutto pratiche. I bombardamenti alleati ne avevano distrutto più
della metà, ma avevano lasciato miracolosamente intatti il palazzo di
giustizia e il migliore albergo. Esistevano quindi un’aula per i
dibattimenti, le celle per i carcerati, gli uffici per i giudici e i
procuratori, i letti per gli addetti ai lavori e per i giornalisti.
Restava da redigere il codice che si chiamò, alla fine dei lavori
preparatori, «Carta del Tribunale militare internazionale». La maggiore
preoccupazione fu quella di evitare che il processo si trasformasse in
un comizio e che gli imputati approfittassero della presenza della
stampa internazionale per lanciare al mondo i loro messaggi. Fu deciso
che nessuno avrebbe avuto il diritto di invocare l’obbedienza agli
ordini ricevuti o rimproverare le potenze accusatrici di avere
commesso, in alcune circostanze, gli stessi crimini. In altre parole,
il maresciallo dell’aria Göring non avrebbe potuto ricordare agli
Alleati il bombardamento di Dresda e Alfred Rosenberg, teorico del
razzismo, non avrebbe potuto evocare l’ombra dei 25 mila ufficiali
polacchi massacrati dai sovietici nella foresta di Katyn.
Queste preoccupazioni furono in buona parte inutili.
Forse l’aspetto più interessante del primo processo, e degli undici che
si susseguirono fino al 1949, fu il grado di collaborazione degli
imputati. Qualcuno (Göring in particolare) fu spavaldo e arrogante.
Altri cercarono di difendersi, di giustificarsi e di attenuare le loro
responsabilità (Albert Speer fu particolarmente abile).Ma alcuni di
essi (i militari e i grandi tecnici ad esempio) si comportarono come
gentiluomini tedeschi, educati nell’etica protestante della verità e
della responsabilità, impegnati ad attraversare con la maggiore dignità
possibile il momento più difficile della loro vita. Ne avevano dato
prova, del resto, nei lunghi interrogatori che precedettero l’inizio
del dibattimento. Uno storico inglese, Richard Overy, ha raccolto
alcuni verbali in un volume, pubblicato da Mondadori nel 2002
(Interrogatori. Comegli Alleati hanno scoperto la terribile realtà del
Terzo Reich) e ha indirettamente dimostrato che quegli uomini volevano
lasciarsi alle spalle, per quanto possibile, la verità. Accadde persino
che gli Alleati, sorpresi dall’atteggiamento dei futuri imputati,
chiedessero ad alcuni di essi di preparare appunti e memorandum sul
futuro della Germania.
Il primo processo cominciò alle dieci del mattino del 20
novembre. Il presidente del tribunale era un magistrato inglese, sir
Geoffrey Lawrence e il collegio si componeva di un giudice principale e
di un giudice supplente per ciascuna delle quattro potenze alleate. Gli
imputati erano 21, schierati in fondo alla sala: da Karl Dönitz, capo
del governo provvisorio dopo la morte di Hitler, a Albert Speer,
ministro degli Armamenti, e Julius Streicher, direttore di una rivista
antisemita. Erano soltanto una parte del Terzo Reich, risultato di una
sorta di decimazione provocata dalle circostanze. Ma bastavano a un
collegio giudicante che voleva soprattutto dare un esempio, lasciare
agli atti della storia la propria versione del conflitto e creare una
nuova categoria del diritto internazionale: lo «Stato canaglia», una
categoria che gli americani hanno rimesso di moda in questi ultimi anni.
Tutti ascoltarono attentamente attraverso le loro cuffie
la lunga arringa con cui Jackson aprì il dibattimento: una storia del
nazismo dalla fase che precedette la conquista del potere sino ai
crimini contro la classe operaia, le Chiese, gli ebrei, la pace e
l’umanità. Quando Jackson richiuse la cartella che aveva tenuta aperta
sotto i suoi occhi, il presidente del tribunale rinviò la seduta al
giorno seguente per l’interrogatorio degli imputati. Il primo fu
Göring, tracotante, provocatorio, il solo che sfuggì alla morte con una
pillola di cianuro. Avrei accettato la fucilazione, scrisse in un
ultimo messaggio alla corte, ma non posso accettare la corda emorirò
come Annibale. Le esecuzioni furono dieci, le assoluzioni tre, gli
altri imputati furono condannati all’ergastolo e a pene più brevi. Vi
furono nei mesi seguenti altri undici processi contro magistrati del
regime, medici che avevano applicato terapie inumane e spietati membri
degli Einsatzgruppen, le formazioni speciali che soppressero decine di
migliaia di ebrei in Europa orientale. Molti capirono subito che questa
«giustizia dei vincitori » presentava troppi inconvenienti.Ma sperarono
che quei processi aprissero un nuovo capitolo del diritto
internazionale. Così sarebbe accaduto, effettivamente, se anche la
maggiore potenza, negli anni Novanta, avesse accettato di sottoporre i
propri cittadini alla giustizia del mondo. Ma gli Stati Uniti hanno
rifiutato di ratificare il trattato per la costituzione del Tribunale
penale internazionale e non vogliono che i loro cittadini siedano sul
banco degli accusati. Il bicchiere della giustizia internazionale
rimane mezzo vuoto.