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Conti, il merito è delle imprese Stampa E-mail
venerdì 05 gennaio 2007
Chi ha la responsabilità del 'boom' nelle entrate fiscali?


di F. Giavazzi da www.corriere.it

Il merito dei buoni risultati sui conti pubblici non è né di Prodi né di Berlusconi ma degli imprenditori e dei lavoratori delle aziende private. I conti vanno bene perché c’è stato un boom inaspettato nelle entrate fiscali, ma le entrate crescono solo se le aziende vendono, guadagnano, assumono nuovi lavoratori e fanno fare più ore a quelli che già impiegavano. Se l’economia non cresce lo Stato può alzare le aliquote quanto vuole, ma il gettito non aumenterà.

Anche l’evasione scende quando le aziende guadagnano, perché rischiare un accertamento diventa inutilmente pericoloso. (In verità i conti del 2006 sono andati bene anche perché la spesa—tranne gli stipendi dei pubblici dipendenti, che hanno continuato a correre più di quelli dei privati — è cresciuta meno di quanto si temesse. Questo è merito di un’intelligente intuizione di Giulio Tremonti. Dallo scorso anno le amministrazioni pubbliche possono spendere, ogni mese, fino a un dodicesimo del loro budget annuale. Ma se spendono di meno — qui è la novità — i fondi risparmiati non sono più spendibili. In passato la lentezza, e anche la pigrizia, delle amministrazioni lasciava che i fondi si accumulassero, per poi spenderli, spesso in modo dissennato, alla fine dell’anno).

Il clima nelle imprese è mutato perché nei 6-7 anni passati (da quando c’è l’euro) gli imprenditori hanno radicalmente trasformato l’organizzazione delle loro aziende, e non solo Fiat, che pure è parte importante della nostra ripresa. Due anni fa, quando l’euro salì fino a 1,34 dollari, incontravo molti imprenditori che dicevano di essere vicini al punto di resistenza: oltre 1,35 non avrebbero più esportato e avrebbero cominciato a chiudere alcuni impianti. Oggi, con un cambio tornato vicino a quel livello, sono meno inquieti: il punto di resistenza si è spostato ben oltre 1,40. Sono anche meno preoccupati dalla concorrenza cinese. Mi diceva un imprenditore vicentino: nella mia azienda il lavoro è ormai meno del 15% dei costi totali. I miei operai—a parte che sono bravissimi — possono costare anche dieci volte più degli operai cinesi, non è per questo che smetterò di vendere.

All’inizio le aziende si sono ristrutturate spostando le produzioni a minor valore aggiunto in Paesi con costi del lavoro più bassi: Romania, Slovenia, Repubblica Ceca, molti anche in India e in Cina. Che ciò avvenisse lo si vedeva nei dati sugli investimenti: le imprese acquistavano e costruivano fabbriche all’estero, mentre in Italia gli investimenti rimanevano sostanzialmente fermi. È accaduto anche in Germania: lì addirittura, mentre i bilanci delle aziende facevano faville, gli investimenti interni cadevano del 2% l’anno. Oggi il ciclo della delocalizzazione si è chiuso e le aziende hanno ricominciato a investire in casa. Nel 2006 gli investimenti tedeschi sono saltati da -2% a +4,5% e in Italia a +3,3%. (E ciò è avvenuto in un periodo durante il quale la Banca centrale europea ha alzato i tassi ben sette volte, segno che la convenienza a investire è particolarmente forte).

Con gli investimenti sono riprese anche le assunzioni, e con i posti di lavoro hanno ricominciato a crescere i consumi. Poiché io non credo nelle proprietà taumaturgiche della «politica industriale », ciò che il governo dovrebbe soprattutto fare è cercare di non fare danni. La vicenda Abertis-Autostrade ha fatto più danni alla possibilità di attrarre nuovi investimenti dall’estero di 10 cortei di operai in sciopero, che peraltro non si vedono. Né aiuta proteggere le aziende pubbliche locali, i cui prezzi volano in Borsa almeno tanto quanto i prezzi dell’energia che esse vendono alle imprese.
 
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