La
grandezza della Chiesa sta in questo: fra qualche anno la piazzata
sulla famiglia sarà come non fosse mai avvenuta. Chi insistesse con il
ricordo di quel macigno buttato sul percorso cauto e civile di un
governo eletto sarà redarguito come un disturbatore e pregato di
smetterla. La Chiesa sarà passata avanti, impegnata di nuovo in grandi
ideali come la povertà, la pace e il rispetto per le persone. Non so se
esiste un anticlericalismo cronologico. Se esiste, eccomi qua.
Giovanni
XXIII ha illuminato il mondo. Giovanni Paolo II lo ha guidato contro
leader opportunisti e mediocri e non ha mai smesso di gridare pace. Non
aveva le braccia aperte del Papa del Concilio Vaticano II, era severo
con i credenti, chiaro anche nelle enunciazioni difficili da accettare.
Mai avrebbe fatto politica dal palchetto dei comizi locali, per
sottomettere un popolo e umiliare chi lo rappresenta al Parlamento e al
governo.
Fatemi ricordare Paolo VI. Aveva visto i miei documentari sul Vietnam (specialmente quello dei bambini di Bien Hoa).
Di
ritorno da uno dei viaggi in Vietnam, appena giunto all’aeroporto, mi
hanno fatto sapere che desiderava un incontro. Era notte ma il Papa era
in piedi, ansioso e attento. Voleva avere notizie dirette di una guerra
che lo angosciava. Conosceva e rispettava il giornalista e sapeva
benissimo che non parlava a un credente.
In
quella Italia che spesso ricordiamo con sarcasmo, Ettore Bernabei,
allora Direttore generale della Rai, dava il via libera ai miei “TV 7”
sulla guerra (veniva a vederli di persona) che i governi di allora
ritenevano “tendenziosi”. Era vero. Amando - come amavo e amo l’America
- ero con l’America della pace contro la guerra nel Vietnam. I
cattolici che avevano fatto quella scelta sostenevano, anche a costo di
scontrarsi con i Buttiglione di allora, questa scelta senza domandarsi
se e a quale organizzazione o partito o cultura fosse legato il
giornalista a cui consentivano di parlare.
Del
resto quasi dieci anni fa Giovanni Paolo Secondo mi ha fatto chiedere
di aprire un convegno Vaticano sul cinema e mi è stato affidato il tema
«Moralità e cinema». Intendeva dire con chiarezza che non sono
richiesti diplomi di fede e prove di sottomissione per chiedere a un
laico (certo erano stati considerati i miei libri, i miei articoli) per
parlare di moralità. Ha ricordato le sue esperienze teatrali, mentre si
appoggiava camminando già con fatica, e ascoltava una voce diversa
rispetto ai suoi incontri quotidiani.
* * *
La
grandezza della Chiesa cattolica, che attraversa stagioni diverse e
cambia, supera, si apre, si connette o riconnette col mondo in modo
sempre nuovo cancellerà - ne sono certo - in un’altra stagione, la
giornata triste in cui padri e madri presentavano alle telecamere i
loro sei-sette figli e ad alcuni di noi tornava l’amaro ricordo del
sillabario fascista della scuola elementare. Nel disegno si vedeva il
tavolo della cucina, che si chiamava desco, alle spalle c’era la madia
“dove la mamma conserva il pane che il padre ha tratto dai campi, con
la pioggia, col sole, con la fatica”. I figli seduti al desco erano una
decina. La didascalia diceva «il Signore vede e provvede». E la poesia
della pagina, ricordo, era questa: «Cura i bambini/fila la lana/questa
è la tipica donna italiana».
Giornata
umiliante, dunque, di cui, per gentilezza e amicizia, pochi giornali
stranieri hanno scritto. Quei pochi hanno intitolato: «La Chiesa
cattolica mobilita i fedeli contro i gay, pacs, e unioni di fatto». Ma
non più di venti righe per lo strano evento, un milione e mezzo “in
difesa della famiglia”, quando tutta la letteratura del mondo,
saggistica e narrativa, che conosce il profondo distacco unicamente
italiano dei cittadini dalle istituzioni, sa e ripete da due secoli che
una sola forza, un solo nucleo sociale resiste in Italia. Resiste con
tanto vigore da sacrificare regole, leggi, doveri a quell’unica
istituzione che è appunto la famiglia.
È
vero, l’evento è esclusivamente politico (e per questo imbarazza il
travestimento religioso). È vero, l’evento è stato preceduto e seguito
da dichiarazioni di una durezza aggressiva mai sentita prima,
dichiarazioni gratuite e sgradevoli (la mite legge dei Dico accostata
ad aborto, eutanasia e pedofilia). Queste autorevoli dichiarazioni
hanno creato - salvo che per gli opportunisti che prontamente si
adeguano con le loro compagne di secondo, terzo, quarto letto che
indosseranno l’uniforme d’obbligo: bikini coraggioso e croce ben
visibile fra i seni - un problema di serena convivenza fra credenti e
non credenti, fra gay e non gay (ricordate il dirigente dell’Arcigay
milanese massacrato di botte in una pizzeria da due forzuti credenti
poche sere fa?) fra chi si vanta dei sette figli tipo esodo del
Polesine inondato, e sul modello raccomandato dal mio sillabario
fascista. Chi non può avere figli certo ricorda ancora che, prima dei
Dico, un’altra legge civile, dignitosa e democratica, quella sulla
procreazione assistita, è stata resa impossibile dalla stessa
mobilitazione di una folla bene organizzata contro lo Stato (c’è al suo
posto uno straccetto di legge che invita a correre all’estero).
* * *
Ci
dicono: «Bisogna ascoltare la piazza». Strano. Quando la piazza,
altrettanto gremita, nella mobilitazione spontanea dei girotondi,
protestava contro leggi ignobili, attentati alla Costituzione,
illegalità sistematica, nessuno la ascoltava. Se mai c’era irritazione,
fastidio, un po’ di disprezzo per chi si paga da solo il viaggio.
Perché, chiedo a chi si prepara a fare il partito democratico, Nanni
Moretti, che fa tutto da solo (in altri paesi si chiama “responsabilità
del cittadino”) viene liquidato come uno scherzo e Savino Pezzotta che
- come un personaggio di Collodi arriva alla testa di mille affollate
carrozze prepagate - è la voce di Dio?
Perché
è nobile - fino al punto di doverla “ascoltare” (vuol dire: zitti e
fate quel che vi dicono) una piazza apertamente contro i diritti dei
cittadini, mentre abbiamo disprezzato una piazza (meno esibizionista,
certo, senza lo spettacolo dei padri pluri-procreatori esibiti in primo
piano in televisione, con moglie stremata un passo indietro) che si era
autoconvocata per la difesa della Costituzione, per condannare leggi ad
personam senza alcuna riscossione dell’otto per mille ma solo per i
diritti di tutti?
La
risposta è semplice. Sono più forti loro. Non sto parlando di padri e
madri con tutti quei figli spinti all’esibizione ma senza che nessuno
abbia proposto qualcosa di concreto per loro. No, riconosciamolo, è più
forte la Chiesa, nella stagione di guerra che ha deciso di sferrare
all’Italia.
Passerà,
mi sono sentito di predire. La Chiesa tornerà alla carità, al sostegno
di poveri e dei deboli, al rispetto di ciascuna persona, anche non
battezzata. E al rapporto di attenzione incoraggiante e amichevole
verso la scienza. Anzi farà (lo ha già fatto altre volte in passato)
inimmaginabili passi avanti, partecipando alla ricerca comune di nuove
strade per un mondo che sta morendo.
Tornerà. Fra quante vite? Intanto siamo qui e guardiamo in faccia la realtà.
* * *
Ma
perché ne parlo oggi, mentre le notizie sono ben altre? Le notizie sono
che è stato firmato un patto per la sicurezza fra la Repubblica
Italiana e la signora Moratti, solo perché la signora Moratti ha visto
in tempo la famosa “piazza da ascoltare”. Ha fatto scendere in strada
sei-settemila militanti di Lega e Forza Italia e il gioco è fatto. Si
ascolta la piazza e si decide che la sicurezza viene quando lo decide
Moratti. Eppure tutti avevano detto che i reati, nella città della
Moratti, sono in diminuzione, che Milano è una delle città più sicure
in Europa. Ma adesso siamo chiamati a credere, attraverso la voce di
due piazze organizzate, che non solo la famiglia è in pericolo, ma
anche Milano.
La
Moratti però è molto attiva. Ha inventato il “kit della droga” che vuol
dire: compri l’arnese in farmacia e - come prova di amicizia, sostegno
e fiducia per il tuo teenager - irrompi nella sua stanza, brandisci la
confezione e gli annunci la “prova Pantani”. C’è qualche genitore che
ha - o ha avuto - figli teenager, che non rabbrividisca di fronte a
questa trovata? C’è. Livia Turco, mamma e ministro della Sanità ha
detto, con stupore di chi la segue e la stima, un suo sì così
precipitoso che ancora non si sa se sarà il ministero della Salute a
somministrare direttamente il “kit” ai ragazzi a scuola. Fioroni, che
non solo ascolta le piazze ma le guida contro le leggi proposte dal
governo di cui è ministro, certamente ci sta. Nasce una nuova “arancia
meccanica” in cui ci pensa il ministero a renderti buono per sempre.
* * *
Cos’altro
succede? Succede che il testamento biologico con cui un cittadino
dispone, finché è sano, il limite che vuole dare alle cure estreme per
essere tenuto in vita, sta saltando perché i cardinali sentono puzza di
eutanasia. In un Paese in cui non si ha notizia di proteste e dissensi
dei credenti per il corpo di Welby, a cui è stata vietata una
benedizione in Chiesa, colpevole di avere troppo sofferto, il fiuto dei
cardinali è sovrano. Notate l’evento per non dimenticare l’inizio (il
lucido, rispettoso, bene organizzato lavoro del medico cattolico
Marino, che presiede la commissione Sanità al Senato) quando si
arriverà alla fine. Cioè niente. Cos’altro è in pericolo? Sono in
pericolo, o meglio a fine corsa, i Dico, naturalmente, legge modesta ma
decente, tessuta con pazienza dai ministri Pollastrini e Bindi, limata
al punto da evitare che si parli di “reversibilità della pensione”
nelle coppie di fatto, perché non si parli di una imitazione della
“vera famiglia”.
Adesso
i Dico stanno uscendo di scena. Lo ha detto Fassino a «Radio Anch’io»,
con sorpresa di tanti che per giunta sono in mezzo al guado, non più Ds
e non ancora partito democratico. Ha detto: «Questa è una mano tesa a
pazza San Giovanni. Savino Pezzotta dice di no ai Dico e vuole
modifiche del Codice Civile. Parliamone». Parliamone. Fassino, su
l’Unità di sabato, ha precisato: «Voglio salvare la sostanza dei Dico».
Fa piacere sentirglielo dire.
Ma
Pezzotta, portavoce di una immensa potenza che occupa l’Italia, non
vuole i Dico perché non vuole diritti: vita, morte, accoppiamento
consentito e procreazione spettano a questa Chiesa da combattimento e
nessuno deve metterci le mani. Perciò, dopo avere ucciso i Dico, che
almeno erano un simbolo e un riferimento, si uccideranno a una a una le
modifiche, anche le più timide e modeste, del Codice Civile, come in
una battaglia di Orazi e Curiazi.
Sarebbe
stato più bello, io credo, presentarsi al Paese (cioè agli elettori) e
dire umilmente: «Avevamo fatto una buona legge, ma non possiamo
approvarla. Non abbiamo più i voti. Li ha bloccati il Vaticano che, per
il momento domina la scena avevando deciso di governare - con la sua
forza notevole - solo in Italia, visto che gli altri Paesi cattolici
non stanno al gioco.
La
Chiesa del mondo, insediata a Roma e impegnata nel rapido recupero del
potere temporale in Italia, aveva detto «prendere, o lasciare»,
prefigurando la resistenza di un Parlamento e un governo orgogliosi
che, pur di fronte a una immensa pressione, continuano a legiferare e a
governare. Non è stato così. La parola d’ordine, adesso, sembra essere
«prendere e lasciare». Si afferma un buon proposito, se ne fa una buona
legge e appena i cardinali dicono no, tanto per stabilire chi comanda,
si abbandona il progetto. C’è già un mucchietto di detriti ai piedi dei
monsignori. Fra poco - è un fatto umano, succede così se cedi sempre -
alzeranno il tiro. Vorranno molto di più.